Si allungano ulteriormente i tempi di attesa per l’auspicato passaggio di gestione del traffico aereo dello scalo di Brindisi dall’Aeronautica militare all’Enav (Ente nazionale di assistenza al volo). I consistenti fondi stanziati (circa 42 milioni di euro) hanno, infatti, subito un improvviso quanto inspiegabile cambiamento di destinazione d’uso, venendo dirottati (è proprio il caso di dirlo) dal ministero a vantaggio di due aeroporti del Nord, precisamente Verona «Catullo» e Treviso «Sant’Angelo». Tradotto in termini pratici, significa che per poter addivenire al tanto atteso «scambio di consegne» si dovrà attendere - se tutto va bene - almeno altri 3-4 anni. Il che non farà altro che penalizzare ulteriormente uno scalo dove già adesso il servizio è ridotto ai minimi termini.

L’aeroporto di Brindisi, infatti, dopo il processo di smilitarizzazione attuato un anno fa, ha ormai perso lo status di scalo militare aperto al traffico civile ed ha, invece, acquisito la semplice denominazione di aeroporto civile. Non ancora, però, in relazione appunto al servizio di controllo di traffico aereo, ancora oggi svolto (con lodevole impegno ed inevitabili sacrifici) dai militari dell’Aeronautica (pagati, peraltro, dallo Stato e, quindi, indirettamente dai contribuenti).

Senonché, la stessa Forza armata, a causa della carenza di personale controllore, ha imposto già da tempo (precisamente, dal marzo scorso) una restrizione del numero massimo di movimenti gestibili, in modo da garantire il giusto livello di sicurezza dei voli. Tale limite, nel dettaglio, impone di non eccedere gli otto voli all’ora per il traffico commerciale di linea, quando invece uno scalo come quello del Grande Salento (con due piste ed un sistema di radioassistenza completo) potrebbe gestirne tranquillamente 30-35 in un’ora. Tale capacità, peraltro, viene ridotta ulteriormente a cinque movimenti dopo le 16, orario di chiusura (per mancanza di personale) del servizio di monitoraggio radar dei voli, con la conseguenza che, all’occorrenza, alcuni atterraggi o decolli vengono pure ritardati per... esigenze di servizio.

Tutto ciò, in aggiunta al ritardo nel passaggio di consegne all’Enav (dotata di organici ben più consistenti e, quindi, in grado - integrandosi con il personale militare - di assicurare standard quantitativamente superiori e, di conseguenza, maggiori collegamenti aerei), potrebbe in un certo qual senso «infastidire» le compagnie di volo, inducendole ad orientare altrove i propri interessi. A scapito, ovviamente, di ogni proposito di sviluppo del nostro scalo. L’Aeronautica militare, dal canto suo, non lesina sforzi per garantire la sicura e spedita condotta dei voli, ma il personale addetto al servizio è quello che è e, a complicare ulteriormente le cose, si sono aggiunti i recenti tagli al bilancio della Difesa che, certamente, non aiutano nella realizzazione degli intenti. Insomma, ancora una volta le scelte politiche penalizzano il Sud e Brindisi in particolare, il cui aeroporto stenta ancora a decollare. Ma non sempre per colpe proprie.

Pierluigi Potì - Lagazzettadelmezzogiorno.it