Dietro alla cordata Cai per Alitalia non c’è solo lo spirito di sacrificio degli imprenditori, ma anche uno scambio di favori tra il premier e il proprietario dell’Ilva di Taranto, il complesso industriale che da anni emette quantità enormi di diossina senza colpo ferire...

Quando a settembre, dopo un estenuante tira e molla, la cordata italiana per l’acquisto della moribonda Alitalia è stata costituita, in molti si sono domandati cosa mai avesse potuto spingere degli imprenditori “seri” ad investire fior di soldi su un’impresa in fallimento. Certo, la bad company permetteva di rimandare il pagamento dei debiti al contribuente e non alla Cai, ma questo non era abbastanza. Perché salvare Alitalia voleva dire investire ancora di più, non solo con l’obolo iniziale, e mettersi contro l’Europa. Tanto che in molti nella cordata, infatti, iniziano a rumoreggiare.

SALVARE, SALVARE, SALVARE - Ma alcuni coraggiosi personaggi resistono: fra questi Emilio Riva con il suo gruppo, proprietario fra le altre cose dell’Ilva di Taranto, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa. E anche uno dei maggiori centri di malattia e morte per inquinanti, stando almeno a quanto dicono gli abitanti di Taranto - i cui bambini a 12 anni si ammalano come se fumassero da 20 - e alcune rilevazioni sulla qualità dell’aria. Dalle quali risulta che il capoluogo pugliese è la città più inquinata d’Europa. Perché? E’ la diossina la principale indiziata per la situazione sanitaria e l’Ilva di Taranto ne produce in quantità industriale, e non solo per modo di dire. Basti considerare che in media le legislazioni di tutti i paesi europei fissano a 0,1 o 0,2 ng/m3 la concentrazione di diossina che può essere immessa nell’aria. La legislazione italiana, invece, ne prevede 10000 di concentrazione totale ma attualmente vale solo per l’Ilva, in quanto altre Regioni, come il Friuli, che avevano notato un aumento di diossina nell’aria hanno provveduto a riportare sotto la soglia europea le emissioni. La Puglia no, tanto che a Taranto l’Arpa regionale ha quantificato in 277,1 ng/m3 la concentrazione del 2007, un’enormità. Resa legale da una legge varata alla fine del governo Berlusconi III - e tenuta da Prodi - la quale, in poche parole, rende paradossalmente quasi virtuosa l’Ilva, che a causa di quelle emissioni in un qualsiasi altro Paese dell’Europa verrebbe chiusa. E che, secondo una proiezione di Peacelink, in 45 anni di attività potrebbe aver riversato nei polmoni dei tarantini più di sette chili di diossina. E pensare che c’era chi si preoccupava delle mozzarelle di bufala.

COSA C’ENTRA ALITALIA? - Eppure, nessuno fa nulla. E se anche ci prova, il risultato è zero. Questi dati e altri relativi agli inquinanti dell’area tarantina sono stati infatti oggetto di dura contestazione da parte del Governatore pugliese Nichi Vendola. Però a ferragosto 2008 - guardacaso prima che Cai si formi definitivamente - Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, contesta i dati e salva l’Ilva una prima volta. Forse, potrebbero pensare i maligni, per non dare grattacapi all’amico Riva, impegnato a salvare la compagnia aerea tricolore. A quel punto rimaneva solo una piccola quisquilia da risolvere, ovvero la concessione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) senza la quale l’Ilva sarebbe costretta a chiudere e su cui Vendola aveva già minacciato parere contrario se non si fosse fatto qualcosa per diminuire la diossina. Ma i tecnici che dovevano decidere se concederla o meno sono stati proprio in questi giorni rimossi sempre dalla Prestigiacomo, per essere sostituiti con esperti di sua fiducia. E c’è da scommettere che l’Aia arriverà, con buona pace dei tarantini - impegnati in questi giorni nella promozione di un referendum sul polo siderurgico - ma non degli interessi che ruotano attorno alla creatura di Riva. Non si parla solo degli operai, che all’Ilva contano meno di zero ma devono sottostare al ricatto relativo alle migliaia di posti di lavoro a rischio.

NON CHIUDETELA! - I veri interessi si scoprono, come sempre, seguendo la prima gallina che canta, quella che notoriamente ha fatto l’uovo. Nel caso di Taranto, ad esempio, uno dei primi a invocare il salvataggio dell‘Ilva è stato Pietro Franzoso, che avrebbe criticato i dati Arpa nel tentativo di salvare Riva. Il perché lo si scopre facendo una piccola ricerca su Franzoso, sotto accusa anni fa per aver assunto un malavitoso alla Iris srl, azienda a lui riconducibile (come da sua stessa ammissione) che casualmente ha in portfolio come primo cliente proprio l’Ilva. Ricapitolando la cronaca dei fatti nuda e cruda vede Berlusconi salvare Riva (i due si conoscono, e lo testimonia la presenza dell’imprenditore a molte delle cene elettorali del premier) nel 2006 con una legge compiacente che va contro le direttive Europee, Riva aiutare Alitalia entrando in Cai e l’Ilva graziata per ben due volte dalla Prestigiacomo. Il tutto per salvare un’azienda semifallita (Alitalia) e un polo inquinante che potrebbe aver causato tra le altre cose la malattia (e la morte) di centinaia di cittadini. Ma anche il guadagno di qualcuno di questi, a cui evidentemente fa comodo che le cose rimangano così come sono.

Di Maddalena Balacco