Deve essere ripristinato il sequestro (disposto nell'ambito di una indagine su affari illeciti nella Sanità) sull'importo di una presunta tangente all'ex governatore pugliese di Forza Italia...

Deve essere ripristinato il sequestro dei 500 mila euro – importo di una presunta tangente secondo quanto ipotizzato dalla Procura di Bari nell’indagine sugli affari illeciti nella sanità pugliese che coinvolge anche l'editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci – trovati su un conto riconducibile a Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, e deputato di Forza Italia responsabile delle politiche per il Mezzogiorno.

Lo ha stabilito la Seconda sezione penale della Cassazione (con la sentenza 41499).
La Suprema Corte ha, infatti, accolto il ricorso del pm di Bari che ha reclamato contro il dissequestro della somma, deciso dal Tribunale della libertà lo scorso 5 marzo. Senza successo – a Piazza Cavour – il legale di Fitto, avvocato Giulia Bongiorno, ha sostenuto che il presunto provento dell’affare illecito, pari a 55 milioni di euro, era già sotto sequestro nel procedimento a carico delle persone giuridiche (le società di Angelucci) e che doveva intendersi anche a garanzia delle persone fisiche indagate (Fitto e Angelucci).

Questa tesi – sposata dai giudici di merito – non è stata condivisa dalla Cassazione che, nella sua pronuncia, ricorda l’obbligatorietà della confisca (preceduta necessariamente dal sequestro) delle somme versate per il “mercimonio della funzione pubblica”. In base all’ipotesi accusatoria, i 500 mila euro, frutto di una mazzetta per un appalto assegnato al Consorzio San Raffaele quando Fitto era 'governatore, sarebbero confluiti sul conto corrente del suo gruppo politico 'La Puglia prima di tutto. Ora il Tribunale di Bari dovrà adeguarsi alle indicazioni degli 'ermellini'.

 

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