Non conosciamo personalmente il professor Paolo Sardelli del quale in verità abbiamo letto soltanto elogi. Li ha espressi pubblicamente a gennaio scorso persino il presidente della Provincia di Bari, Francesco Schittulli, e lo fece subito dopo aver appreso dell’indagine della magistratura sul caso della sua assunzione all’ospedale “San Paolo”, la stessa per il quale è ora sotto inchiesta il presidente Nichi Vendola.

Una difesa aperta di particolare valore non soltanto perché giunse da un altro stimato professionista della sanità, ma soprattutto perché proveniva dall’esponente di un’area politica avversa a quella del governatore indagato. E sappiamo che da anni la sanità in Puglia è diventata teatro (e qualche volta teatrino) di un feroce scontro politico. «Lo accusano di essere stato imposto da Nichi Vendola? - disse Schittulli - anche se così fosse, il governatore ha fatto una scelta felice, perchè Paolo Sardelli è persona valida, un professionista con la P maiuscola ». 

Schierarsi al fianco dell’avversario politico sullo scivoloso terreno di legalità e salute, rese perciò quella difesa ancora più credibile.

Naturalmente è difficile e prematuro entrare nel merito dell’inchiesta. Ma la domanda è un’altra: può essere considerato reato l’avere (eventualmente) favorito un luminare della medicina a discapito di uno meno bravo? In un Sud in cui non smettiamo di lamentare la nostra capacità di saper perdonare tutto tranne che i meriti, è giusto portare in tribunale chi invece ha scelto (forse) di forzare le regole affinchè una volta tanto quei meriti trionfino?

Non intendiamo difendere il governatore Nichi Vendola ma difendiamo un principio: quello della giustizia giusta. Se riaprire i termini di un concorso pubblico è servito a favorire l’accesso alla gara di un big della medicina, e se poi quel big ha vinto perché era davvero il più bravo, non può esserci scandalo. Lo scandalo sarebbe stato al contrario se in nome di una burocrazia cieca e infingarda si fosse svolto un concorso regolarissimo ma vinto alla fine da un primario mediocre perché al luminare non era stato consentito di gareggiare. Non basterebbe anche soltanto una vita in più salvata per assolvere da qualunque colpa? E non sarebbe invece colpa imperdonabile una vita persa in nome della legalità? 

E’ facile in questi casi cedere al moralismo, al giustizialismo politico, alla retorica: “La politica è zozza”, “basta clientelismi”, “dimissioni”. Ma la politica va giudicata e giustiziata quando ruba, quando danneggia il bene comune, quando approfitta per sé, quando altera le regole del gioco per favorire pochi a scapito di tanti o per far trionfare il male sul bene. Quando punisce i bravi e premia i fanulloni. Sono questi i reati, e chiunque li commetta va punito. Senza eccezioni né alibi di appartenza, ovviamente neppure per Vendola.

Ma questa sembra un’altra storia. Dalle mani di Paolo Sardelli (come da quelle di decine di altri primari) passano le nostre vite. Chissenefrega della burocrazia, quello che deve contare soltanto è se quelle mani siano le migliori disponibili. Il merito deve prevalere su tutto, se occorre deve valere persino più della legge. E quindi se davvero le cose sono quelle che appaiono, tutti assolti: perché il fatto questa volta NON PUO’ costituire reato.

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