http://www.lapoliticaitaliana.it/img/620/20110301_29372.jpgIeri è stato pubblicato un dato eclatante, la disoccupazione giovanile ha sfiorato il 32% con un incremento di quasi l'1% in un solo mese mentre su base annua si è avuto un incremento del 4%. Mai così male dal 1992 (non perchè prima era peggio ma perchè il '91 è stato l'anno di inizio delle serie storiche ISTAT) e secondo alcuni analisti il peggio dovrebbe ancora arrivare. Questo significa che 1 giovane su 3 è ufficialmente disoccupato ma se dovessimo prendere in considerazione gli inoccupati staremmo sicuramente su percentuali ben maggiori.

E se sugli occupati verificheremmo quanti di questi sono assunti a tempo indeterminato potremmo ottenere numeri da quarto mondo con percentuali probabilmente ad una cifra. E' in questo contesto che si inserisce l'art. 18, una norma che vieta i licenziamenti senza giusta causa per le aziende con un numero di dipendenti superiore a 15 inserita nello statuto dei lavoratori approvato nel 1970. Sia chiaro: l'articolo 18 a detta delle organizzazioni datoriali non rappresennta la panacea di tutti i mali e infatti è un problema minore, prima c'è l'agognato accesso al credito negato dalle banche e la mancanza di liquidità che talvolta non consente di far fronte nemmeno alle spese correnti.

Ma tant'è che mentre si discuteva con i compagni della situazione attuale ho detto che forse l'art. 18 seppur importante per il mondo del lavoro nel suo complesso, per i giovani che mai avranno assunzioni a tempo indeterminato e che hanno difficoltà a trovare la prima occupazione o magari a racimolare 500 euro al mese quando va bene, non rappresenta effettivamente un pensiero fisso. E' in questa causa da ricercarsi, anche come faceva notare un compagno di SEL sul sito ufficiale ieri, la tiepida reazione del mondo giovanile all'attacco governativo a tale diritto (vabè tranne le solite condivisioni d'ufficio su fb). Certo se si colpisce un principio si colpisce tutti (mi facevano notare) ma è anche vero che chi non ha da mangiare o da lavorare di certo non lo farà con i principi. E allora come comportarsi?

Prima di giungere a delle conclusioni vorrei portare un esempio che riguarda un mio amico di infanzia e che mi ha fatto molto riflettere. Mister X più o meno della mia età (nome di fantasia ovviamente) ha una mansione che espleta per le Direzioni Aziendali, da 6 o 7 mesi a questa parte non riesce a trovare lavoro perchè le Direzioni Aziendali ti fanno un contratto di 1 mese e poi ti mandano a casa contrattualizzando per 1 altro mese un altro precario e così via. Si tratta dunque di una posizione strutturale che viene ricoperta in modo precario sistematicamente perchè nella situazione attuale nessuno, anche con molte centinaia di dipendenti, vuole più assumere altre persone e accaparrarsi ulteriori costi che magari in futuro non potrebbe sopportare. Non sarebbe meglio in tal caso che, dando più flessibilità in uscita ai dipendenti anche nelle grandi aziende, il mio amico fosse assunto a tempo indeterminato e potesse essere poi mandato via quando l'azienda ritiene di non doversi più servire della sua professionalità?

Ah! Spauracchio licenziamento! Non si può mandare via la gente quando lo si vuole! (direbbe qualcuno). Ma intanto ora è ugualmente a casa. Chi lo sa, magari con una flessibilità maggiore avrebbe lavorato altri 5 o 6 mesi o magari una vita.

Comunque una soluzione a questo problema che secondo me è generazionale (chi ha troppo VS chi ha nulla) bisogna pur trovarlo. Il problema serio per i giovani non è quindi l'art. 18. Magari fossimo coperti da art. 18! Il problema serio così come mi faceva notare un'altra compagna è la "continuità del reddito". Vale a dire ammortizzatori sociali per i precari o per i piccoli imprenditori giovani (autobiografia) che consentano di avere un minimo di reddito anche quando i fatidici 3 o 6 mesi sono giunti a scadenza. Di questo nessuno ne parla: non ne parla il PD, non ne parla il Governo, ne parlano poco i sindacati, ne ha parlato con mio piacere sinitraecologialibertà.it con un articolo di Marco Furfaro. Perchè nessuno propone di aumentare la flessibilità in uscita (anche per i pubblici dipendenti sia chiaro!!!) barattandolo con un po di diritti verso chi attualmente non ne ha? Non è una proposta che vuole dividere i lavoratori (sigh!) ma potrebbe essere una proposta per riequilibrare i diritti. A meno che non crediamo che per difendere un diritto assoluto è necessario che su 100 lavoratori 30 stiano bene e gli altri 70 vadano a mendicare.

Speriamo bene..

Antonio F.