http://a0.twimg.com/profile_images/104745425/fiat_logo-49491e16bf197.jpgE’ oramai ufficiale: il modello Pomigliano sarà esteso a tutti gli stabilimenti FIAT. Sembra di essere tornati indietro di circa 2000 anni quando i Romani conquistavano l’Europa a suon di Dividi et Impera. E proprio su questo motto la FIAT spera di rimettere in sesto l’azienda dopo decenni di mancata innovazione. Era il Giugno 2010 quando a Pomigliano si tiene il primo referendum dei lavoratori dove gli si veniva chiesto: “volete uscire dalla contrattazione collettiva nazionale” o “volete perdere il posto di lavoro?”. Nonostante la formulazione abbastanza minacciosa i SI alla deroga non sfondarono, ci fù una fiera resistenza alla destrutturazione del contratto collettivo da parte del 37% dei lavoratori.

Ma peggio andò poi a Torino nel Gennaio successivo quando i SI vinsero con solo il 54%. In questa pericolosa deriva verso l’800 dei crumiri vi è stata anche la sottovalutazione più o meno voluta di certi personaggi politici che militano nel centrosinistra. Era infatti il giugno 2010 che Enrico Letta (PD) affermava che la deroga al contratto nazionale per Pomigliano andava bene a patto che tale modello non si estendesse al resto degli stabilimenti. E qui ci scapperebbe anche un sorrisino vista l’ingenuità con la quale si rilasciano dichiarazioni spontanee. Dello stesso parere era Bersani: “Pomigliano? Si alla deroga a patto che non diventi un esempio”. Nemmeno a dirlo l’anno successivo l’accordo separato viene votato a Torino con il pieno appoggio dell’attuale Sindaco Fassino (ex PCI). Dopo quasi un altro anno la FIAT annuncia: “Modello Pomigliano esteso a tutto il gruppo”.

Cosa significa? Significa buttare alle ortiche 60 anni di conquiste sindacali. Nel bene e nel male la contrattazione collettiva a livello nazionale tra associazioni dei lavoratori ed analoghe associazioni degli imprenditori è stata sempre un esempio e un baluardo di democrazia. In aggiunta ciò garantiva un certo equilibrio dei pesi contrattuali! Attualmente invece il peso contrattuale di 1.000 lavoratori locali sotto ricatto sarà sempre inferiore a quello di una multinazionale. Ed è proprio lì che mira FIAT: annullare la forza sindacale dei lavoratori, disconoscere la contrattazione collettiva e le associazioni di rappresentanza sia dei Lavoratori che delle Imprese (inclusa Confindustria) e agire sul territorio nazionale in piena autonomia dividendo i lavoratori e i loro diritti.

Lascia abbastanza sconcertati che politici di centrosinistra e magari di provenienza del PCI siano silenti su questa storia e abbiano in un certo senso avallato l’intera operazione o con appoggi dichiarati o con sottovalutazioni più o meno tattiche. Intanto la riduzione dei diritti dei lavoratori non ha fatto in modo che Termini Imerese non chiudesse. E’ infatti ufficiale, Giovedì 24 Novembre gli impianti si sono fermati definitivamente. Certo, ora la FIAT si comporta da vera Holding americana, peccato però che in 60 anni di Repubblica nei momenti di crisi si sia sempre rivolta a Papà Stato ottenendo montagne di pubblici denari e per farne cosa? Assicurazioni, squadre di calcio e investimenti che con le macchine poco avevano a che fare.

Nel frattempo altri, le automobili le facevano davvero.