http://www.cgiltaranto.it/e107_images/newspost_images/manifestanti_3.jpgTARANTO - La classe operaia rialza la testa. I sindacati definiscono «storico » lo sciopero all’Ilva di ieri (24 ore, otto per ogni turno) per il numero di adesioni. L’azienda non ha fornito cifre, ma Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm parlano dell’80 per cento. Non era mai accaduto, nell’era di Emilio Riva. Anzi, lo stabilimento ha subito, negli ultimi quindici anni, un feroce processo di desindacalizzazione sull’onda del ricambio generazionale e del drammatico confronto tra padri e figli su lavoro e diritti. I motivi alla base della protesta sono legati al mancato rinnovo del contratto integrativo (scaduto nel 2008).

L’azienda si è dichiarata indisponibile a trattare l’aumento richiesto dalle segreterie sindacali (circa trecento euro spalmati nei prossimi quattro anni). Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm insistono: è vero, c’è la crisi; ma gli utili record di questi anni possono essere reinvestiti su salario e ambiente. 

La manifestazione di forza degli operai, ieri, è stata evidente. Sempre secondo i sindacati, gli impianti rimasti in moto, malgrado le riduzioni imposte dal calo produttivo, non avrebbero marciato o lo avrebbero fatto con pochissimi addetti ridislocati da altre aree dello stabilimento. Attenzione, però, a interpretare questo sciopero come una levata di scudi su tutte le questioni in campo nel confronto sindacale: la cassa integrazione, la crisi dell’ap - palto, la riassunzione dei precari. Il nocciolo resta il trattamento economico. Sul resto bisogna ancora lavorare. Perché in ballo, oltre ai precari e alle tensioni sociali correlate, c’è «la madre di tutte le battaglie»: l’emergenza ambientale. 

{affiliatetextads 1,,_plugin}Le voci degli operai raccolte ieri dicono tanto, forse tutto. «Perché fare il referendum sulla chiusura dell’Ilva senza avere, in realtà, alternative? Lo stabilimento deve diventare ecocompatibile. Riva deve continuare a investire, così come deve continuare a investire per migliorare le condizioni di lavoro dentro la fabbrica». Diritti e consapevolezza. Il lavoro come bandiera, lacera forse in questi tempi di crisi, ma cosciente del proprio stato e del proprio essere. «I livelli intermedi, i preposti, i “caschi bianchi” ricordino di essere lavoratori e non diretta emanazione del padrone» dichiara Antonio Talò, segretario generale della Uilm, aprendo così un fronte importante delle relazioni interne alla fabbrica. Nei racconti dei lavoratori quel fronte si tinge di «insidie » per la rigida gerarchizzazione dei rapporti, che creerebbe tensioni, scontri e «sudditanze». 

Forse oggi gli operai, soprattutto i giovani, hanno incrociato le braccia per dire basta anche a questo. Il posto di lavoro all’Ilva, la dignità, persino la trincea ambientale, potrebbero trovare così un elemento strategico di comprensione da parte della città, sempre troppo lontana. A caricare lo sciopero di «suggestioni » hanno pensato le segreterie sindacali. Rosario Rappa (Fiom Cgil): «Sfido le altre sigle a costituirsi come noi parte civile nei processi contro l’Ilva». Antonio Talò (Uilm): «Si sciopera perché l’azienda investa per ammodernare gli impianti e renderli eco-compatibili. L’Ilva dovrà rivedere le sue posizioni».

Anche a livello nazionale i riflessi del «grande sciopero» non sono mancati. La soddisfazione di Giorgio Cremaschi e Vittorio Bardi della Fiom che hanno parlato di «grande successo». «Ora l’azienda riapra il negoziato, sarebbe il vero segnale di uscita dalla crisi» ha dichiarato Marco Bentivogli segretario nazionale della Fim Cisl.

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