http://scheggedivetro.blogosfere.it/images/Berlusconi%20mitra.bmpIl prossimo fine settimana, mentre si eleggeranno i governatori, il Popolo della libertà compirà un anno. Il congresso fondativo si tenne fra il 27 e il 29 marzo 2009 e, se le elezioni verranno trasformate non soltanto in un referendum sul premier ma anche in un referendum sul nuovo partito, il risultato rischia d’essere tristarello. Perché ci si deve immaginare un partito nel quale i cofondatori, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, litigano alla frequenza e all’intensità che tutti sanno. Un partito nel quale - secondo l’ultimo consuntivo proposto dal Giornale - le correnti sono quattordici e non si calcolava l’ultima arrivata. Un partito nel quale la corrente ultima arrivata - Generazione Italia, voluta dal presidente della Camera e dai suoi appuntati - una settimana fa ha ricordato che in dodici mesi «non si sono mai riuniti il Consiglio di presidenza e la Direzione nazionale, se non per motivi statutari».

Il riassunto potrebbe occupare spazi infiniti: ci sono tre coordinatori che vanno d’amore e d’accordo, ma attorno a loro volano affamati gli avvoltoi; ci sono i Promotori di Michela Vittoria Brambilla e i club di Mario Valducci, che già si sfidano per chi alla resa dei conti rappresenterà il nuovo. Quello che conta sono gli effetti, e si sono visti in ogni regione col problema d’individuare il candidato buono, ma anche dove non hanno di queste urgenze. E infatti l’ultimo spettacolo è siciliano, dove l’eterna promessa Gianfranco Micciché rilancia il Partito del sud. Furono il presidente del Senato, Renato Schifani, e il Guardasigilli, Angelino Alfano, a brigare perché la Sicilia finisse nelle mani di Raffaele Lombardo anziché in quelle di Micciché. Poi il tempo è bizzarro, più che galantuomo, e oggi Micciché e Lombardo fanno a bacetti per questioni di orgoglio nazional-siciliano, mandando ai nervi i romani, nonostante il Partito del sud di Micciché nasca, e ti pareva, negli interessi del premier. Siccome la cosa sa di scissione, la scorsa settimana c’è stato un vertice Schifani-Alfano-Micciché che si è concluso così: «infruttoso» secondo il coordinatore regionale schifanian-alfaniano Giuseppe Castiglione, «fruttuoso» secondo il parlamentare miccicheiano Pippo Fallica.

Già la Sicilia potrebbe essere il caso di scuola per spiegare come vanno le cose nel Pdl. Potrebbe esserlo pure la Lombardia, dove si finisce spesso alle mani, spessissimo agli insulti, talvolta in galera. Quando l’assessore regionale ex An, Gianni Stornaiuolo, e l’assessore regionale ex FI, Doriano Riparbelli, si sono presi a ceffoni, Riparbelli è filato ad Arcore per esporre la sua versione dei fatti, e il povero Berlusconi, per fare estrema sintesi, disse: fra tangenti e liste respinte qui siamo già una mezza barzelletta; non montiamo anche questa storia che diventiamo un cinema. E infatti (mentre Formigoni aspetta lunedì per regolare i famosi conti con i dilettanti che fecero il casino delle liste, e qui il leghista Matteo Salvini aveva già individuato il colpevole: «Riparbelli!») è tutto clamorosamente bipartisan: Gianni Prosperini, ex An, che in carcere confessa le tangenti e Mirko Pennisi, ex FI, che viene registrato dalle talecamere mentre intasca la mazzetta. Il caso di scuola, a maggior ragione, vien fuori in Campania: sul tafferuglio napoletano questo giornale ha scritto a ripetizione, e forse basta dire che il ras finiano Italo Bocchino è contro il coordinatore regionale Nicola Cosentino che è contro il candidato Stefano Caldoro e in mezzo, ad alimentare la zuffa, ci sono Mara Carfagna e Alessandra Mussolini, anche loro in cerca di un posto al sole del golfo.

{affiliatetextads 1,,_plugin}Poi è chiaro che per il Pdl il grosso della partita si gioca nel Lazio. Soprattutto gli ex An, che già hanno il sindaco, vorrebbero il governatore per creare un bel centro di potere. E siccome si considera Renata Polverini in quota a Fini, lo spettacolare risultato è un altro tutti contro tutti. Con quelli di An che dicono: «In Forza Italia danno spesso l’idea di remare contro». E quelli di Forza Italia che ribattono: «L’impressione è di avere portato una bella donna all’opera, ma la bella donna non è mai andata oltre Jovanotti». E quelli di An e quelli di Forza Italia che in coro dicono: «I finiani? E chi li ha visti? Qui l’unico che si batte è Berlusconi». E però, in Puglia, ci si sono messi Raffaele Fitto e tutto il partito a convincere il premier che Rocco Palese è l’ideale, e lui che voleva Adriana Poli Bortone per fare l’intesa che l’Udc dovette prima cercare un nome che mettesse tutti d’accordo (Francesco Divella, Stefano Dambruoso) e infine cedere alle lagne dei suoi. Ma se lunedì dovesse vincere Nichi Vendola ci sarà da ridere.

E comunque non è che tutto si risolva nel derby ForzaItalia-An. Si sa, la fusione è funzionata senz’altro nel rimescolare carte e uomini, con ex missini ora superberlusconiani ed ex liberali ora devoti a Fini. La nascita del Pdl, per esempio, non ha cambiato di una virgola la millenaria sfida ligure fra Claudio Scajola e Sandro Biasotti, che però non sono fessi, e ora si fanno vedere assieme in biciclettata. Non per niente Scajola viene dalla Dc, il partito maestro nella faida continua, tranne che in campagna elettorale. Ma insomma, lo show è planetario: in Piemonte il Pdl è nervoso per l’imposizione romana di un leghista, per non parlare della depressione di Giancarlo Galan in Veneto; in Toscana, si è arrivati alla candidatura di Monica Faenzi passando da plateali dimissioni dei coordinatori locali. E così via, sino all’ombelico del mondo. Non è ancora successo niente: il bello comincia lunedì sera.

(C) La Stampa

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