Ennesima bega giudiziaria per l’Egoarca. Questa volta, a preoccupare il Presidente del Consiglio e il suo entourage è l’invito a comparire inviato dalla Procura di Milano, con cui peraltro lo si informa della sua iscrizione nel registro degli indagati e dei titoli di reato ascrittigli: concussione e prostituzione minorile. Verrebbe da dirsi che, del campionario possibile, gli sia veramente sfuggito ben poco. Sebbene il premier tenda a qualificare qualsiasi querelle lo riguardi come una quisquilia e i processi a suo carico come ridicolezze messe in atto da una magistratura politicizzata e antropologicamente “diversa”, i reati suddetti e per i quali si indaga non sono cosa da poco conto.

La concussione, ex art.317 c.p., è un reato contro la pubblica amministrazione, punibile con reclusione dai 4 ai 12 anni, configurabile ogni qual volta un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringa o induca taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità.

L’art 600bis comma 2, invece, punisce con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, salvo che non costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa fra i 14 ed i 18 anni in cambio di denaro od altra utilità economica.

{affiliatetextads 1,,_plugin}Gli inquirenti ipotizzano, infatti, che, nel maggio scorso, con indebite pressioni sui vertici della Questura, il Presidente abbia fatto rilasciare la ragazza marocchina Ruby, ancora minorenne, in deroga alle procedure previste nei casi di specie, col proposito, peraltro, di nascondere in ogni modo di aver avuto più incontri con lei, probabilmente di natura non propriamente ieratica.

Che la conoscenza del mondo femminile sia molto più prosaica di quanto Berlusconi faccia credere, è cosa nota. Il premier non è nuovo a scandali di natura più o meno sessuale, né al fatto di incorrere facilmente in illeciti per favorire o procurare utilità di vario titolo alle sue favorite; basti ricordare fra tutti il caso Sanjust (questo il cognome di Virginia, conduttrice televisiva con cui il premier avrebbe avuto una relazione nel 2003, che aveva comportato una denuncia a carico del premier per sue intromissioni  nell’ambito professionale del di lei marito, Federico Armati, agente Sisde), o il contenuto delle intercettazioni telefoniche aventi come interlocutore Agostino Saccà e oggetto diverse starlette dai collegiali costumi.

Ora, al di là di quanto di propriamente giudiziario sia insito in questa vicenda, il problema è anche politico e, immancabilmente, etico. Chiunque ricopra un ufficio istituzionale, oltre a dover essere, primo fra tutti, ligio alle regole, dovrebbe anche essere da paradigma di vita per le nuove generazioni. Abbiamo veramente bisogno di politici ricattabili, per lo più ammalati di satiriasi, tendenzialmente capaci di delinquere, quando non anche delinquenti,  e pervicacemente legati al potere? Può il consenso popolare assurgere ad unico emblema della democrazia, dimenticando quanto sia democratico anche controllare la classe dirigente? Possiamo accettare chi, con totale sprezzo delle istituzioni e atteggiamento facinoroso, si lasci continuamente andare all’irrisione di giudici e avversari politici?