http://www.socialistalab.it/upload/berlusconi(91).jpgROMA - Nessuna via d'uscita se non la resa totale: "Lo dobbiamo fermare ora". Niente prigionieri. È questa la linea che Berlusconi intende imporre oggi alla minoranza finiana in quello che, ammette Denis Verdini, "sarà di fatto come un congresso". Impegnato tutto il giorno a palazzo Grazioli a studiare il "format" della giornata, il premier ha pensato anche ai dettagli per umiliare l'avversario interno. Così Fini parlerà, ma solo dopo la carrellata dei ministri e dei coordinatori che illustreranno le magnifiche sorti e progressive del governo. Parlerà, "ma nello spazio riservato ai cofondatori del Pdl - ha spiegato beffardo il Cavaliere - dopo Gianfranco Rotondi e Carlo Giovanardi". Il resto sarà solo la "celebrazione dei nostri successi", altro che confronto politico.

È un premier furibondo, che prepara la vendetta, quello che si presenta ieri ai vari dirigenti del Pdl. "Berlusconi va avanti per la sua strada - confessa Aldo Brancher - perché lui è fatto così: più lo attaccano e più si gasa". "Fini non è nemmeno iscritto al partito. Ormai è un ospite: parlerà, ma non ha diritto di voto". Quanto alle correnti, il Cavaliere alza le spalle: "Le facciano pure, noi non le riconosciamo. E quindi non servono a niente". Certo, pesa l'idea che, dal giorno dopo, la componente finiana possa trasformare ogni votazione in Parlamento in un'imboscata, "un Vietnam". E proprio a questo serve il documento che dovrebbe vincolare la minoranza a piegarsi con disciplina alle decisioni prese a maggioranza. Altrimenti, se questo non dovesse essere, il premier non esclude più nulla: "È chiaro che, se dovessero mettere a repentaglio il programma di governo, l'unica sarebbe tornare davanti agli elettori".

{affiliatetextads 1,,_plugin}L'idea è dunque quella di un voto che sconfessi in maniera plateale la "fronda" interna. Per arrivare al risultato ieri mattina, presso la fondazione Nuova Italia (di Gianni Alemanno), La Russa, Gasparri e il sindaco di Roma hanno radunato i 75 ex An firmatari del documento anti-Fini, a cui si sarebbero aggiunti una ventina di parlamentari "traditori" del presidente della Camera. In Transatlantico ormai le due fazioni fanno capannello a sé. Cicchitto e i berluscones da un canto, i Bocchino, Granata, Briguglio, Della Vedova dall'altra. A Montecitorio nel pomeriggio teneva ancora banco la telefonata di fuoco che il premier Berlusconi ha fatto di persona a Italo Bocchino martedì sera, nell'ultimo tentativo di impedire la partecipazione del vicecapogruppo Pdl alla puntata di Ballarò. "Tu in trasmissione non devi andare, ma ti sembra il caso di dare in pasto alle tv l'immagine di un partito spaccato con questa storia della minoranza? Vi rendete conto che negli ultimi giorni il gradimento del governo è calato di tre punti?". Bocchino non si è scomposto. "Presidente, io rappresento la minoranza del Pdl e in tv vado a esporre le mie idee e continuerò ad andare (ieri sera ha replicato a Tetris, ndr). Se lei cercherà di impedirlo sarà un problema suo, da spiegare poi ai media internazionali". A quella puntata di Ballarò poi Berlusconi ha invitato Sandro Bondi a non andare per non offrire una sponda. Ignazio La Russa scuote la testa: "Nemmeno nel Pd, dove si odiano, mandano in tv uno della maggioranza e uno dell'opposizione. Questa storia deve finire e finirà: dobbiamo uscire da questa guerra civile".

La partita, tuttavia, non si chiuderà col prevedibile risultato schiacciante della direzione, dove su 171 votanti i delegati vicini al presidente della Camera si contano su un paio di decine, non di più. "Più che i numeri, a fare breccia saranno i contenuti del discorso di Fini" spera uno dei suoi deputati. La tensione ieri pomeriggio stava tornando a salire quando al primo piano di Montecitorio è arrivata la notizia che Berlusconi aveva deciso di blindare gli interventi: solo i tre coordinatori, i ministri, Fini e Berlusconi. "Abbiamo fatto già sapere che ci iscriveremo tutti e 52 a parlare", annunciava in serata Pippo Scalia dopo l'ultimo minivertice dei finiani. Alla fine gli organizzatori della Direzione preferiscono non forzare troppo la mano e fanno sapere che il dibattito sarà aperto "per tutti coloro che vorranno intervenire". E i finiani, comunque, interverranno in blocco.


Quando in serata da palazzo Grazioli filtra la notizia di un documento generico "unitario" da sottoporre alla firma di tutti, Fabio Granata mette le mani avanti: "Se non lo leggiamo non lo firmiamo, ovvio. Quel che è sicuro è che ci sarà un ordine del giorno sulle questioni politicamente rilevanti che porrà Fini". La conta, insomma, la vogliono anche loro, giusto per sancire la nascita ufficiale della "minoranza organizzata". Quanto al dovere di adeguarsi ai voleri della maggioranza, Carmelo Briguglio taglia corto: "Correnti? Berlusconi dimentica che ce ne sono già due, la nostra e quella dei 75. E i diritti della maggioranza si tengono insieme con quelli della minoranza".


Al centro del campo, in un certo senso (ma più vicino al presidente della Camera che al Cavaliere) si piazzerà oggi Beppe Pisanu, intenzionato a intervenire in Direzione. "Minoranza? Nessuno scandalo - spiegava nel pomeriggio a margine della presentazione del libro di Fabio Granata a Montecitorio -. L'importante è che la minoranza non si trasformi in un partito dentro il partito". Nelle stesse ore gli uomini del premier rifacevano i conti a palazzo Grazioli: "Se An valeva il 30% del Pdl, Fini da solo al massimo arriva al 6%".

(22 aprile 2010) - Repubblica.it